FARA OLIVANA Mancano solo il fischio del vento
e la colonna sonora di Ennio Morricone per «C'era
una volta il West»: Fara Olivana, poco più di
300 anime al confine con la provincia di Cremona,
rischia di sprofondare nel nulla, di trasformarsi
in una sorta di paese fantasma immerso in un'atmosfera
da Far West.
Nel giro di pochi anni, infatti, il piccolo
comune bergamasco potrebbe ritrovarsi con il
centro storico, una serie di antiche cascine
(alcune anche trecentesche), ridotto a un cumulo
di macerie. Sassi preziosi, che raccontano almeno
dieci secoli di storia.
A lanciare l'allarme, dopo numerose battaglie
prima tra le file della minoranza e ora nella
veste di sindaco, è Alessandro Nespoli. «Lo
stato di degrado degli edifici ha raggiunto
ormai condizioni pietose - spiega il primo cittadino
di Fara Olivana -. Tutto il centro storico è
costituito da casolari pericolanti, degradati
e in evidente stato di abbandono. Circa il 90
per cento delle abitazioni, qui è di proprietà
della Mia, l'Opera pia Misericordiosa Maggiore
di Bergamo. Nonostante le numerose richieste
di recuperarle, o di venderle, e nonostante
molte imprese edili si siano fatte avanti negli
anni dimostrandosi interessate ad acquisire
gli immobili, l'ente morale non ha mai provveduto
a risolvere la questione: il risultato è stato
il graduale spopolamento del paese rimasto senza
abitazioni agibili».
Dagli anni Cinquanta a oggi gli abitanti sono
scesi da un migliaio a 350. «Per Fara Olivana
- continua il sindaco Nespoli - si può parlare,
senza voler fare dell'allarmismo infondato,
di una vera e propria situazione di sottosviluppo.
E le cause sono da ricercare anche nella gestione
del territorio delle amministrazioni passate
e nelle politiche agricole della "Cooperativa
dei probi contadini", che unisce tutti i coltivatori
del paese».
Quella di Fara Olivana è la storia di un paese
agricolo, che della coltivazione e dell'allevamento
ha sempre fatto il suo punto di forza. Costituito
da una decina di cascine, alcune addirittura
trecentesche e cinquecentesche, ha vissuto periodi
di sviluppo rappresentando una delle realtà
agricole più interessanti della Bassa Bergamasca.
Ma proprio la radicata cultura contadina che
fino ai primi anni del '900 è stata la punta
di diamante della comunità, ora pare essersi
ripercossa negativamente sul futuro del paese.
«La mancanza di progetti di sviluppo e di una
effettiva politica edilizia - dichiara Luigi
Ugo Pelandi, presidente della Mia, rispondendo
alle accuse del sindaco Nespoli - sono stati
la reale rovina di Fara Olivana. L'unica amministrazione
che ha avviato un accenno di sviluppo edilizio
è quella attuale».
Alcune settimane fa si è risolta la questione
dell'affitto dei locali che ospitano gli unici
servizi di Fara Olivana: il vecchio negozio
di alimentari, uno di quei piccoli market che
vendono un po' di tutto, dal prosciutto al piccolo
capo d'abbigliamento, il macello e l'unico bar
del paese hanno chiuso i battenti per più di
un mese.
«Per i tre locali, la Mia ci aveva chiesto 40
mila euro d'affitto all'anno - spiega Lorenzo
Borella, presidente della Cooperativa di consumo
che da sempre ha gestito bar, alimentari e macello
- non potevamo permetterceli».
«In realtà i tre esercizi sono gestiti male
- aveva dichiarato un paio di mesi fa Pelandi
-. Il negozio di alimentari è in perdita da
tempo, per non parlare del macello la cui struttura
non è manco a norma di legge. Senza considerare
che l'affitto riscosso finora era una cifra
decisamente irrisoria. Abbiamo perciò stimato
il valore effettivo dei tre locali e l'abbiamo
proposto agli affittuari».
Nel giro di circa 12 anni, dal '91 a oggi, l'affitto
è lievitato da 10 milioni di lire, divenuti
9 mila euro nel 2003 e poi 40 mila euro richiesti
lo scorso agosto. Nelle scorse settimane, l'accordo:
30 mila euro l'anno.
È sera e il paese sembra avvolto nel silenzio,
in un'atmosfera surreale si vedono solo le saracinesche
abbassate del bar e del market, in penombra
gli scheletri delle cascine. La campanella suona
e improvvisamente dalla chiesa parrocchiale
inizia a uscire un folto gruppo di persone:
«Qui ormai siamo tutti vecchi, i giovani se
ne vanno altrove. E ai problemi esistenti potrebbe
aggiungersi anche quello della nuova autostrada
Brebemi. Non sappiamo che ripercussioni potrà
avere sul nostro paese che, invece, andrebbe
rivalutato, magari anche da un punto di vista
agrituristico. Ora si aggiunge pure l'incognita
che si trasformi tutto in un enorme autogrill».
Diana Campini